Vedere il proprio condizionamento (Jiddu Krishnamurti)

Tratto da: Può cambiare l’umanità? (Ubaldini ed.) – gianfrancobertagni.it

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È possibile per noi esseri umani, esseri umani che vivono nel mondo ter­ribile che abbiamo creato, trasformarci radicalmente? Il problema è tutto qui. Alcuni filosofi e altri hanno affermato che il condizionamento umano non si può cambiare radicalmente; lo si può modificare, rifinire e migliorare, ma la qualità fondamentale del condizionamento non si può alterare. Sono in molti a pensarla così, gli esistenzialisti, ad esempio. Perché accettiamo questo condizionamento? State seguendo, spero, il ragionamento. Perché accettiamo il nostro condizionamento, che ha prodotto un mondo letteralmente folle, dissennato? Dove vogliamo la pace e vendiamo armamenti, dove vogliamo la pace e creiamo divisioni nazionalistiche, economiche, sociali, dove vogliamo la pace e tutte le religioni, le organizzazioni re­ligiose, ci fanno sentire separati come lo sono loro. C’è un’enorme con­traddizione tanto all’esterno che dentro di noi. Mi chiedo se ci rendiamo conto di tutto questo dentro di noi, non di quello che succede fuori. La maggior parte di noi sa cosa sta succedendo fuori, non occorre un’intelli­genza particolare, basta osservare. E la confusione esterna è in parte re­sponsabile del nostro condizionamento. Ci chiediamo: è possibile trasfor­mare radicalmente questa situazione dentro di noi? Perché solo allora avremo una buona società, dove non ci si ferisce a vicenda psicologicamente o fisicamente.

Quando ci poniamo questa domanda, che risposta c’è nel profondo? Sia­mo condizionati, non solo in quanto inglesi, tedeschi o francesi, ma condizionati anche da varie forme di desiderio, credenza, piacere e conflitto, ivi compreso il conflitto psicologico. Tutto questo e altro contribuisce al condizionamento. Prenderemo in esame l’argomento. Ci stiamo chiedendo, stiamo riflettendo insieme, mi auguro, se questo condizionamento, questa prigione umana fatta di pena, di solitudine, di angoscia, di affermazione personale, di pressioni, di soddisfazione, e tutto il resto… questo è il nostro condizionamento, la nostra coscienza, e la coscienza è il suo contenuto… se tutta questa struttura possa essere trasformata. Altrimenti non ci sarà mai pace in questo mondo. Interverrà forse qualche piccola modifica, ma l’uo­mo continuerà a combattere, a scontrarsi, in perpetuo conflitto con se stes­so e con l’esterno. Dunque questa è la nostra domanda. Possiamo rifletterci insieme?

Allora sorge la domanda: “Che fare?”. Ci si rende conto di essere condi­zionati, si è consapevoli, coscienti, di esserlo. Questo condizionamento ha origine dai propri desideri, dalle attività egocentriche, dalla mancanza di un giusto rapporto con gli altri, dal proprio sentimento di solitudine. Si può vivere in mezzo alla gente, si possono avere rapporti intimi, ma c’è sempre questo senso di smarrimento e di vuoto dentro di sé. Tutto questo è il no­stro condizionamento, intellettuale, psicologico, emotivo, e anche fisico, naturalmente. Ora, è possibile trasformarlo completamente? Questa, io credo, è la vera rivoluzione. Una rivoluzione senza violenza.

Allora, possiamo farla insieme? Oppure, se uno di noi la fa, se compren­de il condizionamento e risolve quel condizionamento mentre l’altro è con­dizionato, la persona che è condizionata ascolterà l’altro? Forse qualcuno non è condizionato. Lo ascolterò? E cosa mi spingerà ad ascoltare? Quale pressione, quale influenza, quale ricompensa? Cosa mi spingerà ad ascoltarlo con il cuore, la mente, tutto il mio essere? Perché se si ascolta così completamente, forse una soluzione c’è. Ma a quanto pare non ascoltiamo. Perciò ci chiediamo: cosa porterà un essere umano, che è cosciente del proprio condizionamento, come lo è la maggior parte di noi, se siamo consapevoli in maniera intelligente… cosa lo porterà a cambiare? Per favore, ponetevi questa domanda, scoprite cos’è che porta ciascuno di noi a realizzare un cambiamento, una libertà dal condizionamento. Non a saltare in un altro condizionamento. Per esempio, lascio il cattolicesimo e divento buddhista: lo schema è identico.

Quindi cosa porterà ciascuno di noi… e sono certo che tutti noi vogliamo costruire una buona società… cosa ci farà cambiare? La promessa di un cambiamento si è servita di ricompense: il paradiso, un nuovo tipo di caro­ta, una nuova ideologia, una nuova comunità, una nuova serie di gruppi, di nuovi guru. Oppure di punizioni: se non fai questo andrai all’inferno. Quindi tutto il nostro modo di pensare si basa sul principio di ricompensa e punizione. “Lo farò se ne ricavo qualcosa”. Ma quel tipo di atteggiamen­to, quel modo di pensare, non produce un cambiamento radicale. E un cambiamento del genere è assolutamente necessario. Sono certo che tutti ne siamo consapevoli. Perciò, cosa fare?

Alcuni di voi hanno ascoltato chi vi parla per molti anni; chissà perché. E dopo aver ascoltato, diventa un nuovo tipo di “mantra”. Sapete cosa signifi­ca quella parola? E una parola sanscrita il cui vero significato è non essere egocentrici, riflettere sul nondivenire. Ecco cosa significa. Abolire l’egocentrismo e riflettere, meditare, osservare se stessi, in modo tale da non di­ventare qualcosa. Il vero significato di quella parola è stato sciupato da as­surdità come la meditazione trascendentale.

Quindi alcuni di voi hanno ascoltato per molti anni. Ma ascoltiamo davvero, e di conseguenza cambiamo, oppure ci siamo abituati alle parole e ci limitiamo a tirare avanti? Cosa spinge un essere umano che ha vissuto per milioni di anni ripetendo le stesse vecchie abitudini, ereditando gli stessi istinti di autoconservazione, paura, sicurezza, importanza personale con il grande isolamento che produce… cosa lo spingerà a cambiare? Un nuovo dio, una nuova forma di spettacolo, una nuova edizione religiosa della par­tita di calcio, un nuovo circo equestre con annessi e connessi? Cosa ci farà cambiare? Il dolore, a quanto pare, non ha cambiato l’uomo, dato che abbiamo sofferto tanto, non solo individualmente ma anche collettivamente. Come genere umano abbiamo sofferto in misura enorme: guerre, malattia, afflizione, morte. Abbiamo sofferto enormemente, e a quanto pare il dolore non ci ha cambiati. Nemmeno la paura ci ha cambiati, dato che la nostra mente va costantemente a caccia, alla ricerca del piacere, e anche quel piacere e sempre lo stesso in forme diverse, e non ci ha cambiato. Quindi, cosa ci farà cambiare?

Non sembriamo capaci di fare nulla di nostra spontanea iniziativa. Facciamo le cose dietro pressione. Se non fossimo pressati da qualcosa, se non ci fosse l’idea di una ricompensa o di una punizione… ma è ridicolo anche solo pensare a ricompense e punizioni! Se non ci fosse l’idea di un futuro… non so se avete riflettuto su questa faccenda del futuro, che forse è il noc­ciolo del nostro autoinganno di tipo psicologico, ce ne occupiamo fra un attimo. Se abbandonate idee del genere, che qualità avrà una mente che si confronta senza riserve col presente? Capite la mia domanda? Stiamo comunicando? Vi prego, rispondete sì o no, non so a che punto siamo. Non sto parlando da solo, spero?

Ci si rende conto di aver creato da sé la propria prigione? E per “sé” intendo il risultato del passato, genitori, nonni, e così via… la prigione psicologica ereditata, acquisita, imposta in cui viviamo. E ovviamente l’istinto è quello di evadere dalla prigione. Ci si rende conto di questo, non in teoria, non concettualmente, ma come dato di fatto, un fatto psicologico? Quando si guarda in faccia quel fatto, perché anche allora non c’è alcuna possibilità di cambiamento? Capite la mia domanda?

Il problema è stato affrontato da tutte le persone serie che hanno a cuo­re la tragedia umana, la sofferenza umana, e che si chiedono perché non co­minciamo a fare luce dentro di noi, non diamo spazio alla libertà, alla nostra bontà fondamentale. Non so se avete notato che gli intellettuali, i letterati, gli scrittori, e i cosiddetti leader mondiali hanno smesso di parlare di come costruire una buona società. L’altro giorno parlavo con alcune di queste persone, e il commento è stato: “Sciocchezze, è un’idea antiquata, lascia perdere. L’idea di buona società è superata. È roba vittoriana, ingenuità, sciocchezze. Dobbiamo accettare le cose come sono e conviverci”. E probabilmente per la maggior parte di noi è così. Perciò noialtri, voi e io, che ne parliamo come fra amici, cosa dobbiamo fare?

L’autorità di un altro non produce questo cambiamento, giusto? Se ti ac­cetto come mia autorità perché voglio realizzare una rivoluzione dentro di me, e così realizzare una buona società, l’idea stessa di io che seguo e tu che mi istruisci è la morte della buona società. Capite cosa voglio dire? Non sono buono perché mi dici di essere buono, o perché ti accetto come autorità suprema in fatto di rettitudine e ti seguo. L’accettazione stessa dell’autorità e dell’obbedienza è di fatto la distruzione di una buona società. Non è così? Capite cosa voglio dire? Possiamo approfondire l’argomento?

Se ho un guru… grazie al cielo non ce l’ho, ma se ho un guru e lo seguo, che servizio ho reso a me stesso? Cosa ho fatto per il mondo? Niente. Mi insegnerà qualche sciocchezza sulla meditazione, su questo e quell’altro, e io avrò un’esperienza meravigliosa, leviterò o altre sciocchezze del genere; mentre quello che voglio è costruire una buona società dove si può essere felici, dove c’è posto per l’affetto, per relazioni senza barriere, questa è la mia aspirazione. Ti scelgo come guru, e che ho fatto? Ho distrutto proprio la cosa che volevo, perché, lasciando da parte l’autorità della legge e simi­li, l’autorità psicologica divide, per sua natura è separativa. Tu là sopra e io qua sotto, tu sali sempre più in alto e anch’io salgo sempre più in alto, per cui non ci incontriamo mai! – [risate] – È ridicolo, certo, ma facciamo davve­ro così.

Quindi, mi rendo conto che l’autorità, con il suo corollario organizzativo, non mi può liberare? L’autorità dona un senso di sicurezza. “Non so, sono confuso, però tu sai, o almeno penso di sì e tanto basta; investo la mia energia e il mio bisogno di sicurezza su di te, su quello che dici”. Poi attor­no a questo creiamo un’organizzazione, e l’organizzazione stessa si trasfor­ma in prigione. Capite cosa voglio dire? Ecco perché non bisognerebbe ap­partenere a nessuna organizzazione spirituale, per quanto promettente, per quanto affascinante, per quanto romantica. Possiamo convenirne, constatarlo insieme? Capite la mia domanda? Constatare insieme il fatto, per cui una volta che l’abbiamo constatato finisce lì. Constatare che – per loro stessa natura – autorità e obbedienza, e l’organizzazione che ne deriva, religiosa o quant’altro, sono separative, tengono in piedi un sistema gerarchico, come appunto accade nel mondo, e dunque fanno parte del carattere distruttivo del mondo: constatare la verità di questo e farla finita. Possiamo farlo? Così che nessuno di noi… mi dispiace… che nessuno di noi faccia più parte di un’organizzazione spirituale, cioè di organizzazioni religiose: cattoliche, protestanti, induiste, buddhiste, nessuna esclusa.

Appartenere a qualcosa ci dà un senso di sicurezza, è chiaro. Ma appar­tenere a qualcosa produce invariabilmente insicurezza, perché è per natura separativo. L’uno segue un certo guru, una certa autorità, è cattolico, prote­stante, e l’altro è qualcos’altro. Perciò non si incontrano mai, anche se tutte le religioni organizzate dicono di collaborare al servizio della verità. Quindi è possibile, ascoltandoci a vicenda, ascoltando il fatto, bandire dal nostro modo di pensare ogni forma di accettazione dell’autorità, dell’autorità psi­cologica, e quindi le organizzazioni che vi ruotano attorno? Allora cosa accade? Ho lasciato cadere l’autorità perché me lo hai detto tu, o perché vedo la natura distruttiva delle cosiddette organizzazioni? E lo vedo come fatto, e quindi con intelligenza? O mi limito a un’accettazione generica? Non so se mi state seguendo. Se si vede il fatto, la percezione stessa di quel fatto è intelligenza, e in quell’intelligenza c’è sicurezza, non in qualche sciocchez­za superstiziosa. Capite cosa sto dicendo? Ditemi, vi prego, ci stiamo incontrando?

PUBBLICO: Si.

KRISHNAMURTI: No, non a parole. A parole è facilissimo perché parliamo tutti l’inglese, il francese, o quel che volete. Se è intellettuale, a parole, non è un incontro. L’incontro c’è quando si vede il fatto insieme.

Ora, possiamo… è una domanda… possiamo osservare il fatto del nostro condizionamento? Non l’idea del nostro condizionamento. Essere inglesi, tedeschi, americani, russi, indiani, orientali, o quel che volete, è una cosa. Il condizionamento fisico, prodotto da cause economiche, dal clima, dal cibo, dal vestiario, e così via. Ma oltre a questo c’è una grossa dose di condizio­namento psicologico. Possiamo osservarlo come fatto? Prendiamo la paura. Potete guardarla? O se al momento non ci riuscite, possiamo guardare le offese che abbiamo subito, le ferite, le ferite psicologiche che abbiamo accumulato, che abbiamo ricevuto fin dall’infanzia. Guardare, non analizzare. Gli psicoterapeuti tornano indietro a esplorare il passato. Ossia, cercano la causa delle ferite ricevute, esaminando e analizzando il movimento globale del passato. Quello che in genere si chiama analisi, in psicoterapia. Ma sco­prire le cause serve a qualcosa? E c’è voluto molto tempo, magari anni, è un gioco che facciamo tutti perché non vogliamo mai affrontare il fatto ma preferiamo dire: “Cerchiamo di capire da dove vengono i fatti”. Non so se mi state seguendo?

Quindi si investe una gran quantità di energia, e probabilmente di dena­ro, nell’esame professionale del passato; o nell’esame in proprio, se si è capaci di farlo. E stiamo dicendo che un’analisi di questo tipo è separativa, perché l’analizzatore crede di essere diverso dalla cosa analizzata. Mi seguite? Quindi la divisione è tenuta in piedi dall’analisi, laddove il fatto ovvio è che l’analizzatore è l’analizzato. Capite? Nel momento in cui si riconosce che l’analizzatore è l’analizzato… perché se sei arrabbiato lo sei… l’osservatore è l’osservato. Quando è presente la realtà di fatto, l’analisi non ha più senso, c’è solo una pura osservazione del fatto che accade ora. Capite cosa voglio dire? Potrebbe risultare difficile, perché in generale siamo condizio­nati al processo analitico, all’autoesame, all’investigazione introspettiva, sia­mo talmente abituati a questo, condizionati da questo, che la prima reazio­ne di fronte a un’idea nuova può essere di immediato rifiuto o di chiusura. Quindi vi chiederei di esplorare, di esaminare la questione..

Ci stiamo chiedendo: è possibile guardare il fatto così come accade ora… la rabbia, la gelosia, la violenza, il piacere, la paura, quel che sia… guardarlo, non analizzarlo, semplicemente guardarlo; e in quell’osservazione, l’os­servatore si limita a osservare il fatto come qualcosa di separato da “sé”, oppure è il fatto? Non so se è chiaro. Riesco a spiegarmi? Capite la differenza? Generalmente siamo condizionati a credere che l’osservatore sia diverso dalla cosa osservata. Sono stato avido. Oppure, sono stato violento. Al mo­mento della violenza non c’è divisione, è solo dopo che il pensiero ci torna su e si separa dal fatto. Quindi l’osservatore è il passato che guarda quello che succede adesso. Perciò, si può guardare il fatto… che sei arrabbiato, av­vilito, solo, quel che sia… guardare il fatto senza l’osservatore che dice: “Sono separato”, e che lo guarda come fosse diverso? O invece riconosce che il fatto è lui, non c’è divisione fra il fatto e lui stesso? Il fatto è lui stesso. Non so se capite.

E cosa accade, perciò, quando si rivela il dato di fatto? Badate, la mia mente è stata condizionata a guardare il fatto, la solitudine, ad esempio… no, siamo partiti dalle ferite dell’infanzia, restiamo su quello. Sono portato, sono stato abituato a credere di essere diverso dalla ferita, giusto? Di conseguenza il mio modo di trattare la ferita sarà o soffocarla e ignorarla, oppure circondarla di una barriera difensiva per non essere ferito di nuovo. Per cui quella ferita mi rende sempre più isolato, sempre più timoroso.

Quindi la divisione si è prodotta perché mi credo diverso dalla ferita. Mi state seguendo? Ma la ferita sono io. Il “me” è l’immagine di me stesso che ho creato, e che è ferita, giusto?

Quindi ho creato un’immagine sulla base dell’educazione, la famiglia, la società, sulla base di tutte le idee religiose riguardo a un’anima, all’essere separati, all’individuo, e via discorrendo. Ho creato un’immagine di me stesso, e quando calpesti l’immagine mi sento offeso. Poi dico che la ferita non sono io, che devo cercare di rimediare a quella ferita. Quindi tengo in piedi la divisione fra la ferita e me stesso. Ma il fatto è che l’immagine sono io che sono stato ferito. Giusto? Perciò, posso guardare quel fatto? Guardare il fatto che l’immagine è me, e che fino a quando ho un’immagine di me è de­stinata a essere calpestata. È un fatto. Ma la mente può liberarsi da quell’immagine? Perché è chiaro che fino a quando esiste l’immagine le verrà fatto qualcosa, verrà punzecchiata, e da ciò nascerà una ferita, da cui l’isolamento, la paura, la resistenza, il muro che mi costruisco attorno… tutto que­sto ha origine dalla divisione fra l’osservatore e l’osservato, ossia la ferita. Questa non è teoria, badate. Non è altro che comunissima osservazione di “sé”, quella che all’inizio abbiamo chiamato “consapevolezza di sé”.

Allora cosa accade quando l’osservatore è l’osservato… nei fatti, non in teoria… cosa accade? Sono stato ferito fin dall’infanzia, dalla scuola, dai genitori, dagli altri bambini e bambine, capito… sono stato ferito, offeso, al livello psicologico. Mi porto dietro quella ferita per tutta la vita, nascosto, ansioso, spaventato, e so quali sono le conseguenze. E ora vedo che fino a quando l’immagine che ho creato, che è stata costruita, esisterà, ci sarà una ferita. Quell’immagine sono io. Posso guardare quel fatto? Non guardarlo in teoria, ma guardare il fatto concreto che l’immagine è ferita, l’immagine sono io. È chiaro questo? Possiamo incontrarci, riflettere insieme, se non altro su questo punto?

Allora cosa accade? Prima, l’osservatore cercava di rimediare in qualche modo. Ora l’osservatore è assente. Perciò non può far nulla per rimediare. Chiaro? Capite che cos’è successo? Prima, l’osservatore si sforzava di soffo­carla, di tenerla sotto controllo, di non venire ferito, di isolarsi, resistere, e via discorrendo: faceva un enorme sforzo. Ma quando si vede il fatto che l’osservatore è l’osservato, cosa accade? Volete che ve lo dica io? Allora non siamo approdati a nulla, allora quello che vi dico non avrà senso. Ma se ci siamo incontrati, se riflettiamo insieme e arriviamo a questo punto, allora scoprirete da soli che fino a quando c’è sforzo resta in piedi la divisione, giusto? Quindi nella pura osservazione non c’è sforzo, per cui la cosa che è stata prodotta in forma di immagine comincia a dissolversi. Tutto qua.

 

Fonte: gianfrancobertagni.it

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